colloquio password facebook

Al lavoro vogliono le mie password di Facebook

Nell’analisi di ieri pubblicata da Adecco, all’interno dell’ultima immagine dell’inphographic, si trovava un dato interessante che poteva sfuggire: il 5% dei Recruiter intervistati da Adecco ha ammesso di aver chiesto l’accesso alla pagina Facebook di un candidato. Piccole statistiche che mostrano l’inizio di un trend. Sul Corriere della Sera ne parla oggi Gabriele De Palma.

Il datore di lavoro può accedere al profilo dei dipendenti sui social network? È questa in soldoni la domanda che si sta ponendo il legislatore americano. Anzi i legislatori, quelli dei singoli stati federali. E non sempre la risposta è condivisa e unanime. Nello stato di Washington è stato appena introdotto un emendamento alla nuova legge sulla tutela dei dati personali sul luogo di lavoro che consente al capo di richiedere la password di Facebook e Twitter dei dipendenti. In California è entrata in vigore una legge a inizio 2013 e in altri 33 stati si sta discutendo in materia.

LA LEGGE – Il disegno di legge originario, presentato dal democratico Steve Hobbs, prevedeva una buona tutela dei diritti di privacy dei dipendenti, impedendo di fatto che i superiori potessero in alcun modo sbirciare tra quanto pubblicato sui profili social dei lavoratori o dei candidati per l’assunzione. La pratica è abbastanza diffusa negli Usa soprattutto in fase di recruiting. Le pressioni dei rappresentanti dell’industria hanno convinto il governo di Olympia – la capitale dello Stato dove si trova Seattle – ad aggiungere una clausola che permette ai capi di ottenere l’accesso a Facebook e simili in caso di indagine interna. E di guardare l’attività online del dipendente in sua presenza.
CRITICHE – Il problema principale sollevato dall’emendamento è che non è chiarito in quali casi un’indagine interna può portare all’accesso coatto all’identità social dell’indagato. Stando al testo presentato la discrezionalità sarebbe tutta nelle mani dell’azienda. Così almeno lamenta la Electronic Frontier Foundation (EFF), organizzazione a tutela dei diritti dei cittadini in era digitale. Dave Maas ha equiparato la violazione dei profili sui social network all’infrazione della proprietà privata: “avranno il diritto di entrare nelle nostre residenze digitali”, come ha dichiarato ad Associated Press. Tra l’altro l’invasione della privacy riguarderebbe non solo il dipendente ma anche la sua rete di amici digitali.

CALIFORNIA E ITALIA – In California la legge è invece più garantista nei confronti del lavoratore, e l’accesso ai profili social dei dipendenti, solo in caso di indagini interne, può essere richiesta ma non imposta; inoltre ai lavoratori è riconosciuto il diritto di accedere alla propria identità digitale anche coi mezzi messi a disposizione dell’azienda. In Italia non c’è una legislazione ad hoc che riguardi la tutela dell’account Facebook, Twitter o LinkedIn. Lo Statuto dei lavoratori del 1970 però vieta esplicitamente “l’uso di impianti audiovisivi e altre apparecchiature per finalità di controllo a distanza dell’attività dei lavoratori” e quindi l’invadenza dei datori di lavoro dovrebbe essere sufficientemente frenata. In fondo è più una questione di diritto che di tecnologia.

Autore: Gabriele De Palma
Fonte: Corriere.it

Giorgio Minguzzi

Si occupa di Marketing da oltre 10 anni. Ha gestito diversi progetti CRM. Ama Internet e tutto ciò che può semplificare la vita al reparto commerciale. Seguilo su about.me/giorgiominguzzi

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *